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«AISM non mi dimentica»

La storia di Loredana Pirrella, mamma di tre figli. Vive vicino a Bergamo, sa sognare, va oltre le cadute e la SM.

11/09/2020 - 09:15
Loredana Pirrella con il marito Oscar e i tre figli

 

«AISM non mi dimentica. Mi chiamano sempre, per chiedermi come sto. Anche ieri, dopo l’ultima visita di controllo, che ha rivelato due nuove piccole lesioni al cervelletto. Anche durante il lockdown i volontari di AISM si sono ricordati di me. E poi due volte alla settimana mi vengono a prendere a Pradalunga, dove abito, mi portano a fare fisioterapia, mi aspettano, mi riportano a casa. Una cosa non così comune. Non tutto mi è dovuto perché ho la sclerosi multipla. Verso una piccola quota annuale come socia, e sono felice di farlo. Perché quello che ricevo in attenzione, vicinanza e supporto è molto di più. L’Associazione si muove al mio passo, come Tiffany, la mia Golden Retriver. Se esce con gli altri, corre e se la gode. Se viene con me, tiene il mio ritmo lento. Da due anni, dopo essere caduta ed essermi rotta il condilo della gamba che funzionava meglio, utilizzo un deambulatore. È la mia piccola casa. Mi porta ovunque, anche se vado un po’ più piano, sono però più sicura».

 

Loredana Pirrella, 56 anni, è come il fiume Serio che costeggia Pradalunga, il paese in cui abita: in perenne movimento, se non con le gambe, certamente con le parole, le idee, le emozioni. Non ha bisogno di domande, per raccontarsi.

 

«Diciotto anni fa ho avuto i primi sintomi, un forte formicolio, una gamba che sembrava diventata di marmo. È la diagnosi è stata precisa: sclerosi multipla. È successo subito dopo la nascita di Nicole, la nostra terza figlia. Lei era un sogno. L’abbiamo tanto desiderata, io e mio marito, dopo i due figli maschi. Io, poi, sognavo di accompagnarla a danza. E, pensa, Nicole si è innamorata veramente della danza. Ha frequentato la scuola Pavlova International Ballet School, vincendo diversi concorsi. E ha realizzato il suo sogno: l’anno scorso è stata presa per uno stage al teatro Bolshoi di Mosca. E quest’anno è stata selezionata nuovamente, per un tirocinio triennale, unica italiana. Non è ancora potuta partire a motivo della pandemia, ma intanto segue i corsi on line. Si sono avverati due sogni, il mio e quello di Nicole».

 

Insomma, stiamo parlando di sclerosi multipla e lei ti parla dei sogni che si realizzano. Viene in mente la canzone dei Negrita: «se cado una volta, una volta cadrò, e da terra, da lì mi alzerò ... ormai che ho imparato a sognare, non smetterò».

Loredana è  proprio così come si presenta: determinata a non lasciarsi fermare dalle cadute.

Neanche quando cadere ti fa andare in Ospedale per alcuni mesi e ti rende la vita ancora più complicata: «Dopo la caduta mi hanno operata, sono stata un mese in Ospedale. Poi mi hanno mandata per tre mesi in un centro di riabilitazione. I medici erano un po’ preoccupati, dato che avevo rotto la gamba funzionante. L’altra già non andava troppo per via della SM. Mi dicevano che non erano sicuri che potessi rimettermi in piedi, data la mia situazione. E lì, a un certo punto, ho preso un virus, avevo febbre alta; per alcune settimane sono rimasta in isolamento. Ma non mi sono lasciata andare. Ho fatto sciarpe per tutti gli infermieri e i fisioterapisti, ho tenuto allegre le nonnine del reparto. Uscita dall'isolamento, nella sala comune coloravo dei mandala, grandi fiori disegnati su un cartellone, dopo avere chiesto a ognuna delle signore di scegliere il proprio colore. Così, insieme, petalo dopo petalo, ci siamo regalate serenità. Ho incontrato anche Eric, un giovane non vedente che mi ha detto: «reagisci, prendi in mano la tua vita». E ne sono uscita, attingendo a tutta la forza che avevo dentro. Anche oggi, quando è il momento, mi trucco, mi faccio bella, salgo in macchina e vado a vivere».

 

Loredana Pirrella - primo piano in auto

 

C’è una fonte per ogni fiume. E c’è una fonte per la forza che scorre in Loredana.

«Ho un marito splendido. Un grande uomo. Dal momento della diagnosi, Oscar mi ha detto che ci sarebbe sempre stato, vicino a me. E lo ha fatto. Ha mantenuto la promessa del giorno del matrimonio, di stare con me nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La sclerosi multipla non ci ha separato. Lui lavora tutto il giorno, gestisce un negozio di parrucchiere a Bergamo. È lui che fa la spesa, è lui che cucina per tutti. Non siamo la famiglia del Mulino Bianco. Con tre figli di età diversa le differenze tra noi ci sono, ma si discute, si ragiona, si decide. Abbiamo tre figli splendidi, e anche in loro trovo forza. E poi ho fede. Ho centodue corone del rosario, e prego ogni giorno. Vado a Medjugorie e ci porto anche gli altri, gli amici, per condividere il bene che sperimento. Faccio da anni la catechista dei ragazzi, nella mia Parrocchia di Santa Lucia a Cornale, la frazione di  Pradalunga in cui vivo. Leggo ogni giorno il Vangelo della Messa e, anzi, lo mando anche ai genitori dei miei ragazzi del catechismo, agli amici, ai conoscenti. Poi c’è don Marco Martinelli, il curato, il mio padre spirituale. Mi vuole un gran bene. Così, in tutto questo, la forza di vivere oltre la sclerosi multipla si alimenta. Perché una cosa è certa: la vita non è una passeggiata. Ognuno ha il proprio dolore, non solo io. E per questo penso che non possiamo piangerci addosso e pesare sugli altri. Noi che abbiamo una malattia dobbiamo prima di tutto trovare in noi stessi la nostra forza: gli altri possono capirti, chiamarti, sostenerti con l’affetto e le attenzioni. Ma alla fine la malattia è mia. Sono io che ne vivo i problemi. E devo essere capace io di gestire le difficoltà e le sofferenze che ne vengono. Devo essere io la protagonista della mia vita».

 

Anche per questo, da qualche anno, Loredana è attiva nella distribuzione della “Mela di AISM”, con creatività: «La Presidente della Sezione, una volta in cui ringraziavo l’Associazione di quello che fa per me, mi ha chiesto se avevo voglia di dare una mano per la distribuzione delle Mele e la sensibilizzazione sulla SM. E io ho detto sì. AISM non dimentica me, e io non dimentico AISM. Per coinvolgere anche i miei ragazzi del catechismo, anche se era magari inconsueto, ho spacchettato i sacchetti e chiesto a ciascuno di prendere una sola Mela in cambio di una donazione di un euro. L’hanno presa tutti. Perché, alla fine, se ognuno ci mette il suo contributo, anche piccolo, tutti noi che abbiamo la sclerosi multipla abbiamo la concreta possibilità di non essere la nostra malattia, ma le persone che vogliamo essere».

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