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«Io, donna innamorata della vita, affronto da medico la pandemia»

Il valore di una donna non inizia e non finisce con l’8 marzo: il coraggio, la determinazione, la lungimiranza, la voglia di fare abitano tutte le giornate della nostra vita.

Se ne parlerà domani, partendo dalla figura indimenticabile di Rita Levi Montalcini, nella nuova puntata di “Succede sempre di Venerdi”.

Tra le storie della puntata anche quella di Cinzia Cordioli, una delle tre vincitrici 2020 del Premio Rita Levi Montalcini istituito da AISM: un racconto che fa riflettere, un bell’esempio di forza e tenacia.

04/03/2021 - 16:30

 

«Le donne – ha scritto Rita Levi Montalcini in uno dei suoi innumerevoli libri -  dovrebbero avere la possibilità di realizzarsi sia nel lavoro, sia nella famiglia, sia come donne. Le donne possono dedicarsi al lavoro e ai figli, perché una madre soddisfatta del lavoro è meglio di una insoddisfatta. È meglio poco tempo ben dato piuttosto che molto mal dato».

 

È, quasi, il ritratto della dottoressa Cinzia Cordioli, che nel 2020 ha vinto il Premio Rita Levi Montalcini istituito da AISM per il suo impegno nella ricerca su Covid-19 e SM e nella cura delle persone con SM in un territorio, quello bresciano, duramente colpito dalla pandemia, anche in questi giorni.

 

Ma nessuna donna inizia a essere se stessa quando vince un Premio o nella giornata dell’8 marzo. Essere donna è una storia intera, un fiume, un lago, un mare che non finisce mai di muoversi e di sfiorare all’orizzonte l’infinito.

 

Infatti, Cinzia Cordioli inizia da lontanissimo il suo racconto su di sé: «A sei anni mi chiedevano che mestiere volessi fare e io rispondevo: “il medico”. Iniziare l’Università a Verona è stata una gioia. E proprio quando ero ancora una ragazzina, ignara e un po’ ingenua, Rita Levi Montalcini è venuta in vista da noi. Ricordo l’alone di fascino che emanava. Era piccolissima, ma era un gigante. È stata una fiammata. Pochi anni dopo ho seguito le lezioni di un gruppo di neurofisiologi straordinari e con la neurologia è stato amore a prima vista: al quinto anno ho iniziato a frequentare il reparto di neurologia e … l’innamoramento continua oggi».

 

 

 

Bello parlare di amore mentre si parla di medicina e di professione. Le donne lo fanno, gli uomini un po’ meno. Ma Cinzia Cordioli non è solo una dottoressa: è anche molto altro.

 

«Non sono Rita, questo è sicuro – continua-. Lei aveva un amore unico, monacale, totalizzante per la medicina e per la cura delle persone. Ha amato molto, perché nessuno arriva ai suoi risultati senza un amore assoluto. Anche io amo molto, ma non solo la mia professione. Sono stata precaria per molti anni: avevo una gran voglia di diventare mamma, ma non potevo permettermelo. Poi, nel 2009 ho vinto il Concorso che finalmente è arrivato e, nel 2010, è nato il nostro primo figlio, Gabriele. Poi nel 2013 abbiamo avuto Giovanni. Mio marito è la mia fonte di ispirazione anche per un’altra passione: lo sport. Ho iniziato a seguire lui, che fa triathlon. E anche io, sportiva da sempre, sono entrata in questo mondo. Corsa, bici e nuoto insieme, chi dice che una donna non lo può fare?  In generale le donne fanno meno sport degli uomini e questo per me è un errore gravissimo. Prendiamoci il nostro sport, diamo valore anche così al nostro corpo unico. Lo sport è una fonte incredibile di endorfine; alimenta il piacere di vivere ben oltre il tempo dell’allenamento e della gara. E poi mi piace cantare. È stato sempre il mio attuale marito, che da giovane era musicista dilettante, a propormelo, dopo avermi sentito canticchiare. Da allora prendo lezioni di canto lirico e canto come soprano Il canto è un’altra sferzata di energia positiva: è bello ascoltare Verdi o Puccini, ma cantare una loro aria apre un altro mondo. Mentre canti, passa un’energia incredibile. Fino a quando abbiamo energie dobbiamo metterle in gioco. Altrimenti diventiamo come un vulcano, che accumula, accumula e poi esplode. Ogni esperienza emotiva e relazionale che ci concediamo ci rende persone migliori».

 

Cordioli non è Rita Levi Montalcini, come dice lei, ma è una di quelle persone che hanno seguito l’invito della Professoressa a realizzarsi nel lavoro, nella famiglia e proprio come donne. Anche per questo il Premio Rita Levi Montalcini 2020 ha preso la strada giusta. Resta una domanda: questo percorso ampio diventa valore aggiunto per il duro lavoro di un medico che segue ogni giorno le persone con SM?

«Dovremmo chiederlo a loro –risponde -. Ma credo di sì: quando una persona si siede davanti al medico percepisce, ancora prima del valore del professionista, il tipo di persona che ha davanti. Io sono estroversa, ho coltivato le mie passioni uscendo da tanti recinti. E questo mio modo di essere torna nel lavoro quotidiano. Mi piace parlare con le persone, andare nei dettagli anche della loro vita e delle loro sensazioni, delle loro esperienze, che non coincidono con la gestione della malattia. Posso essere uno sponsor credibile dell’importanza di prendersi cura del proprio corpo, non solo con la terapia. Il corpo è lo strumento con cui noi ci mettiamo in relazione con gli altri e con il mondo. Certo, tante volte percepisco con forza la difficoltà di una persona con SM che ha un cuore, una mente che vuole fare certe esperienze e un corpo che non la asseconda. Ma penso che il mio essere innamorata non solo della medicina ma anche dello sport, del canto, della vita possa fare arrivare un messaggio di positività anche alla persona con SM che ho davanti e che si trova a dover riconfigurare le proprie possibilità, i propri percorsi ma che non deve mai annullare i propri desideri».

 

Poi l’amore può anche diventare denuncia, preoccupazione, “mani nel fango” per forgiare il destino, come abbiamo sentito cantare al Festival di Sanremo in questi giorni.

«In questi giorni stiamo vivendo una forte recrudescenza dei contagi da Coronavirus – conclude Cinzia Cordioli-. Noi per le persone con SM ci siamo sempre: se qualcuno ci chiama per un sospetto di Covid o per dirci che è risultato positivo, ci mettiamo in contatto con i medici di base, stabiliamo una linea di cura, diamo tutte le informazioni solide che possono tranquillizzare. Ma ora stiamo veramente soffrendo per la questione dei vaccini: ora sono disponibili, è stata riconosciuta la priorità di vaccinazione per le persone con SM tra le categorie fragili, ma  non si parte. Ci sono persone che devono iniziare o continuare una terapia infusionale, che preclude la vaccinazione per un certo periodo. Dovremmo vaccinare adesso queste persone, per tutelarle dal rischio Covid-19 ma anche per tenere sotto controllo l’andamento di una malattia seria come la SM. Ma non possiamo farlo. Ogni giorno ci troviamo a dover decidere se dover fare rischiare a queste persone il peggioramento della propria malattia o la possibilità di ammalarsi di Covid. Dobbiamo accelerare, per il bene di tutti».

 

 

 

 

 Qui domani si potrà vedere la puntata  di “Succede sempre di Venerdì” dedicata alla Donna 

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