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Sara Morganti, campionessa di dressage:«questa sarà la Paralimpiade del riscatto»

L’attuale campionessa mondiale di paradressage freestyle e tecnico, ci racconta come la passione per i cavalli la porta ad andare oltre la sclerosi multipla, oltre il dolore, oltre le sconfitte. «Fare progetti è ciò che ci fa vivere. E io, sognatrice incallita, ora immagino una medaglia a Tokio».

08/07/2021 - 15:00

 

Tra ricordi dolci – quasi divertiti – e una sfida al dolore, mai dura e appassionata come in questi mesi, si dipana la preparazione per le Paralimpiadi di Tokio di Sara Morganti, campionessa mondiale in carica di paradressage freestyle e tecnico, grazie al titolo ottenuto il 29 agosto 2014 ai Mondiali di Caen e ai titoli ottenuti nel 2018 a Tryon. «Mi curo da tanti anni per il dolore neuropatico, che non dipende da quello che faccio o non faccio, anzi è lui a fare un po’ quello che vuole, come sanno tante persone con sclerosi multipla come me– racconta -. A dicembre 2020 ho avuto un’importante esarcebazione di questo sintomo così impattante. Sto lottando da sei mesi per trovare una soluzione, per stare un po’ meglio, ma non è semplice».

 

E ti stai comunque preparando per Tokio: sul cavallo riesci a dimenticare il dolore?

«No, anzi, ci sono momenti in cui è terribile. Ma il desiderio di montare, la passione è tale che non ci penso minimamente a rinunciare»

È vero: ogni volta che incontri una persona con SM, sai che sta combattendo con mille sintomi. La sua vita è un continuo saltare ostacoli. Eppure è la passione a comandare, il ritmo della vita, quella musica che non può essere spenta. Proprio come nel dressage, quasi simbolo di una vita “oltre la sclerosi multipla”, dove cavallo e cavaliere eseguono movimenti geometrici definiti (“arie”) muovendosi su un campo rettangolare e dove, nel freestyle, inventano figure sul ritmo di una musica.

Per Sara, Tokio è una rivincita troppo importante per essere mancata: « Sono stata già due volte alle Paralimpiadi. Nel 2012 a Londra, sono arrivata quarta e ancora mi spiace. Nel 2016 ancora peggio: c’ero, ero pronta,ma il giorno della gara non mi hanno fatto partire. Il giorno prima, all’esame davanti ai giudici di gara, la mia cavalla non ha trottato bene. L’hanno dal veterinario del Comitato paralimpico. Lui alla visita non ha trovato aree dolenti, riteneva che potesse partire. Ma i giudici hanno pensato di rivalutarla l’indomani. Lei non ha trottato bene e hanno deciso di fermarla. Non ho potuto iniziare la gara. Questa Olimpiade è un riscatto, contro la mancata partenza del 2016, contro il dolore, contro tutto. Vedremo».

 

Con Sara partiranno la sorella e il marito, Stefano Meoli, sposato nel 1998 e conosciuto sette anni prima.

«Io e Stefano – racconta Sara, libera dal tema del dolore, almeno un momento di memoria lieta – ci siamo conosciuti da ragazzini, al maneggio di suo papà. Abbiamo entrambi la passione per i cavalli, di cui viviamo ancora. Stefano ora può venire a Tokio non come marito – e qui Sara sorride, divertita - ma come proprietario dei cavalli con cui gareggerò, così come mia sorella viene perché è la persona che se ne prende cura. Stefano mi ha sempre visto come Sara, che fossi in piedi o in carrozzina, come ora. È un grande motivatore.  Soprattutto nei momenti di sconforto, quando mi sembra di non farcela più, lui c’è sempre. Mi sta vicino anzi, “vicino da lontano”, nel senso che mi sprona e insieme mi lascia libera di fare le mie scelte. Non è iperprotettivo, mi ama. Ama Sara. Come lui anche i miei genitori: mi hanno sempre lasciato provare, fino a quando non ho trovato il mio equilibrio – si fa per dire -, la mia strada e sono riuscita a vivere una vita piena e felice nelle condizioni date. Oltre ciò che non ho scelto, ho potuto sempre fare le mie scelte».

 

 

Nel dolore si può essere felici, questo il messaggio.

«Questa malattia non ci deve comunque togliere il desiderio di fare le cose, di apprezzare il fatto di essere vivi e di potere vivere fino in fondo. Dobbiamo sfruttare tutte le opportunità possibili e immaginabili, per avere la vita il più possibile piena, per realizzare i progetti, per arrivare agli obiettivi. Io sono stata diagnosticata 26 anni fa – nel 1995: allora non c’erano le cure che ci sono oggi per gestire l’andamento della malattia, per fermare o rallentare il peggioramento e le possibilità di ricaduta. Oggi è cambiato tutto, ci sono tante opzioni per gestire al meglio l’evoluzione della malattia. La mia ha preso quasi subito, a un anno e mezzo dalla diagnosi, un decorso progressivo e non si è mai fermata».

 

E non si è fermata neanche la tua vita …

«Quando ho iniziato a dovere usare la carrozzina era giusto il mese prima della data del matrimonio. Chiesi una consulenza con lo psicologo e ricordo che gli dissi, col morale a terra: «basta! Ogni volta faccio un progetto e non riesco a realizzarlo. Sarà sempre così?». La sua risposta mi è rimasta tatuata nel profondo: «i progetti ci sono necessari per vivere». Per sentirci vivi è indispensabile fare progetti. Se poi, per mille motivi, non arrivi a realizzare quel progetto che hai fatto, hai comunque bisogno di farne un altro. È la capacità di progettare che ti fa vivere. La strada è anche più importante della meta. Capita a tutti, credo, di non raggiungere i propri obiettivi o di non riuscirci totalmente. A noi che abbiamo la SM magari capita anche in percentuale maggiore che ad altri, ma non vuol dire che non dobbiamo continuare a fare progetti, a sperare, a sognare. Io poi sono una sognatrice incallita, e faccio sempre questi progetti grandi nella mia testa. Una medaglia olimpica è il sogno di questi giorni e non ho nessuna intenzione di smettere di sognare».

 

 

 

 

Hai un messaggio, intanto, per tutti noi che resteremo qui, in Italia, ad aspettare notizie?

«Se uno ha una passione, un desiderio, un obiettivo, bisogna che ci provi, sempre, in qualunque condizione. Io avevo il desiderio di laurearmi in lingue moderne, per quanto fosse complicato, ci sono riuscita. Questo è il mio mantra: provarci, provare a fare, sempre, quello che vogliamo davvero. Se ci proviamo c’è sempre una speranza di riuscirci; se non ci proviamo nemmeno, la speranza di arrivare alla meta è pari a zero. Credere di riuscire a farcela, questo è ciò che ci deve guidare».

 

Per il progetto “medaglia Olimpica”, Sara, per riuscire finalmente a vincerla, siamo tutti con te. Vada come vada, alla fine faremo festa insieme, con tutte le persone con SM che ti seguiranno e amano la tua storia, i tuoi sogni, la tua capacità di andare oltre tutto.

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