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Peer review: quando la ricerca è rigorosa, indipendente e innovativa

06/06/2016

A margine del Congresso FISM 2016 abbiamo chiesto al Prof. Lawrence Wrabetz, membro del Comitato scientifico FISM per la ricerca biomedica, di spiegarci perché la valutazione peer review è fondamentale e perché è importante fare ricerca a livello internazionale

 

Lawrence Wrabetz56,8 milioni in 26 anni. Oltre quattro milioni solo nel 2015. Tanti sono i finanziamenti messi a disposizione dalla ricerca da AISM e dalla sua fondazione per dare un contributo nello studio delle cause, della cura, del miglioramento dei servizi e della qualità della vita delle persone con SM. Finanziamenti che la FISM assegna attraverso la valutazione di un Comitato scientifico internazionale composto da esperti del settore attraverso la procedura della peer review, uno standard internazionale nella valutazione dei progetti di ricerca che fornisce la garanzia di un giudizio indipendente ma anche di innovazione, come racconta Lawrence Wrabetz, neurologo della University di Buffalo e membro del Comitato scientifico FISM per la ricerca biomedica, a margine del congresso scientifico annuale della Fondazione che si è tenuto a Roma dal 25 al 27 maggio scorsi.

 

Qual è l'importanza di avere esperti internazionali nel Comitato scientifico che valuta i progetti di ricerca?
«Affidarsi a procedure di valutazione per peer review ha dei vantaggi sia dal punto di vista pratico che scientifico. Dal punto di vista pratico avere un comitato di esperti internazionali che valuta i progetti consente di affidarne la valutazione a persone che non hanno un conflitto di interesse locale, fuori dal paese di provenienza dei progetti. A livello scientifico invece la peer review è garanzia di innovazione e di qualità. Coinvolgendo nella valutazione dei progetti da finanziare esperti provenienti da altri paesi, da altre realtà, garantisce una visione più consapevole di dove sta andando la ricerca, di quale sono i rami più innovativi su cui puntare, con uno sguardo che va oltre la propria realtà locale».

 

Come si colloca la ricerca italiana, e della FISM in particolare, nella scena internazionale della sclerosi multipla?
«AISM tramite la sua Fondazione, soprattutto attraverso la sua partecipazione nella Progressive Multiple Sclerosis Alliance (PMSA), è una realtà fortemente impegnata a livello internazionale. La partecipazione a progetti internazionali è fondamentale, non solo per avere uno sguardo di ampio respiro, ma anche perché le partecipazioni a livello internazionale sono necessarie: scientificamente più siamo più la ricerca è di qualità, perché permette di avere dati statisticamente significativi. Senza contare che, in molti casi, l'inclusione in progetti di ricerca internazionale serve proprio a garantire il raggiungimento di un numero di pazienti che sarebbe difficile da raggiungere localmente».

 

Quali sono le aree più importanti della ricerca sulla SM?
«Per quel che riguarda la sfera dei trattamenti possiamo identificare tre diversi obiettivi. Uno è quello più tradizionale, ovvero quello di sviluppare trattamenti utili ad alleviare l'infiammazione, e infatti è questa l'area in cui abbiamo avuto e abbiamo più successo. Ora però le sfide stanno cambiando: uno degli obiettivi che la ricerca sta perseguendo è quello di acquisire conoscenza sui meccanismi di mielinizzazione allo scopo di identificare target che possano essere utili per lo sviluppo di farmaci che aiutino il processo di ri-mielinizzazione. Siamo ancora all'inizio per quanto riguarda lo sviluppo di terapie, ma abbiamo tanti meccanismi identificati come possibili target e stiamo tentando di scegliere i migliori e di svilupparli insieme in collaborazione con l'industria farmaceutica. Infine, il terzo obiettivo della ricerca in merito ai nuovi trattamenti è quello che mira a contrastare il processo di neurodegenerazione, per esempio prevenendo la perdita degli assoni. Fino adesso non abbiamo avuto nessuna possibilità di sostituirli, quando sono persi sono persi; un problema più importante ed evidente nelle forme progressive della SM. Non c'è stato molto avanzamento in quest'area, ma ora stiamo imparando come muoverci, prendendo spunto anche dalla altre malattie dove il meccanismo neurodegenerativo è preponderante, come la Sla o l'Alzheimer. Questo aspetto della ricerca è particolarmente promettente, perché correla direttamente con un bisogno dei pazienti, ovvero quello di contrastare l'insorgenza della disabilità».

 

Nella foto: il Prof. Lawrence Wrabetz al Congresso FISM 2016

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