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Da AISM il Premio Rita Levi Montalcini per la ricerca sulla sclerosi multipla

28/05/2013

MAria Assunta Rocca
Nella foto: Maria Assunta Rocca, Divisione di Neuroscienze, Ospedale San Raffaele di Milano 

 

A pochi mesi dalla scomparsa della più grande scienziata italiana, e Presidente Onorario AISM, il riconoscimento va una donna che ha dedicato la vita a famiglia e laboratorio

 

Il Premio Rita Levi-Montalcini, che AISM riconosce dal 1999 per valorizzare l’eccellenza della ricerca italiana nella SM, è stato assegnato quest’anno a Maria A. Rocca che, dal 2008 è Group Leader dell’Unità di Neuroimaging della sostanza bianca del Sistema Nervoso Centrale, Divisione di Neuroscienze, Ospedale San Raffaele di Milano. Nell’anno in cui l’amato Premio Nobel e Presidente onorario di AISM è venuta a mancare, il premio di AISM ha un sapore particolare, come una sorta di passaggio del testimone.  

 

Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1996 all’Università degli Studi di Milano, Maria A. Rocca nel 1999 ha fruito di una Borsa di studio per il post dottorato presso la Divisione di Neuroradiologia, Klinikum Grosshadern, Monaco, Germania. Nel 2002 si è specializzata in Neurologia presso l’Università degli Studi di Milano. Negli ultimi 5 anni ha pubblicato sulle più importanti riviste scientifiche 132 articoli sulla sclerosi multipla, di cui 21 come primo nome.

 

Le sue ricerche hanno contribuito in modo significativo a mostrare l’importanza delle tecniche di risonanza magnetica per il monitoraggio dell'evoluzione della malattia e degli effetti del trattamento riabilitativo, motorio e cognitivo. Queste conquiste continue consentono un intervento sempre più personalizzato sulla situazione di ogni paziente. Gli studi da lei condotti hanno fornito inoltre importanti conoscenze per la diagnosi e i meccanismi correlati alla progressione della malattia e potranno essere un riferimento importante per le ricerche di farmaci specifici per le forme progressive di SM.

 

Come si arriva a realizzare e pubblicare tanti studi? Quante ore al giorno lavora?
«All’inizio di questa settimana sono arrivata in laboratorio alle 4 del mattino e sono uscita alle 22,00. Ieri sono arrivata alle 5,00 e uscita alle 23,30. Non è sempre così. Ma è vero che al mattino lavoro benissimo. Ed è bello notare che il mio gruppo e persino gli studenti universitari, specializzandi e dottorandi che seguo scelgono spesso di presentarsi presto al mattino in laboratorio. Si arriva lontano quando si percepisce di essere insieme, di giocare in una squadra coesa».

 

Nel suo curriculum scrive che nel 2005 è stata in maternità. È possibile, come diceva la professoressa Montalcini, ‘sposare la ricerca’, condurre centinaia di studi e insieme essere moglie e madre?
«Capita anche a me un’esperienza analoga a quella che raccontano spesso le persone che seguo nel Centro SM del San Raffaele a Milano: ho la fortuna di avere il supporto incondizionato di mio marito e di due genitori fantastici, che mi consentono di vivere questa vita che amo. Grazie ai miei familiari, quando sono al lavoro posso mettere il 101% delle mie energie e della testa su ciò che devo fare, senza dovermi preoccupare di altro. Anche mia figlia si è abituata fin da piccola a una mamma che a volte è all’estero per lavoro. A gennaio sono stata tre volte negli Stati Uniti, spesso sono in Canada per i lavori del gruppo internazionale sulla SM pediatrica. Cerco di contenere al massimo i giorni di lontananza. Ma posso andare».

 

Come descriverebbe l’ambito in cui svolge ricerca? E come l’ha scelto?
«Non è stato un amore a prima vista, quello con la risonanza magnetica. Volevo diventare neurologo clinico, occuparmi a tempo pieno delle persone. Altro che passare il tempo a contare le lesioni riscontrate con la risonanza. Poi nel 2000 ho avuto la fortuna di stare un anno in Germania, dove ho imparato a utilizzare la risonanza magnetica funzionale. È una metodica che permette di valutare come funziona il cervello rispetto a diversi stimoli motori, cognitivi, visivi o anche in una situazione di riposo. Da lì è partito un interesse nuovo di ricerca che amo fortemente».

 

Ce lo racconta?
«Sto cercando di applicare la metodica di immagini con risonanza magnetica funzionale (fMRI), oltre ad altre metodiche, per valutare il ruolo dei meccanismi di plasticità del cervello in pazienti nelle diverse fasi di SM a confronto con soggetti sani. Stiamo inoltre valutando quale impatto possano avere le risultanze della fMRI nella terapia di riabilitazione sia motoria che cognitiva in pazienti con caratteristiche cliniche diverse».

 

L’ultimo studio che le ha finanziato FISM è proprio sulla riabilitazione.
«Si intitola Osservazione degli effetti della terapia sulla riabilitazione dei deficit motori dell’arto dominante superiore destro in pazienti con sclerosi multipla: uno studio esplorativo con risonanza magnetica strutturale e funzionale».

 

Che analisi sta effettuando?
«Stiamo valutando una strategia riabilitativa piuttosto nuova che consiste nel vedere come funziona il sistema dei neuroni a specchio. Un sistema descritto da pochi anni nell’uomo. Sembra che si attivi soprattutto nei meccanismi di imitazione motoria».

 

Ci descrive come si svolge lo studio?
«Ad un gruppo di pazienti mostriamo una serie di filmati di azioni di vita quotidiana eseguite con l’arto superiore destro e poi chiediamo loro di ripetere quei gesti. Ad un altro gruppo di controllo mostriamo filmati rilassanti di paesaggi naturali e poi li impegniamo nello stesso trattamento riabilitativo. La differenza è che nel primo gruppo si stimola attraverso le immagini proiettate l’attivazione del sistema dei neuroni a specchio. Se riusciremo a dimostrare che il primo gruppo di pazienti ottiene risultati migliori nella riabilitazione, avremo messo a punto una nuova strategia da utilizzare nella riabilitazione e potremo allargare il campo ad altri movimenti della vita quotidiana».

 

Come misura se un paziente migliora?
«Utilizziamo test e prove funzionali ed effettuiamo due tipi di valutazione con risonanza magnetica funzionale: la prima osserva se e come si attiva l’area dei neuroni a specchio, la seconda osserva quali network cerebrali si attivano in una situazione di assoluto riposo. È stato infatti dimostrato che anche quando stiamo totalmente a riposo, a occhi chiusi, il nostro cervello svolge un’attività metabolica altissima che ora riusciamo a studiare».

 

Cosa si dovrebbe vedere nella risonanza magnetica funzionale?
«Ci aspettiamo che nel paziente sottoposto a stimoli motori di tipo visivo l’area dei neuroni a specchio si attivi meglio rispetto a chi esegue semplicemente un movimento riabilitativo».

 

E cosa ci si guadagna ad attivare meglio una specifica area cerebrale?
«Quando deve effettuare un movimento, il paziente con compromissione neurologica tende ad attivare tutto il cervello, mentre un soggetto sano attiva solo due aree. Quindi il paziente con compromissione neurologica effettua molto più sforzo, impiega molte più energie di una persona sana per effettuare lo stesso movimento. Ci aspettiamo che il paziente dopo una buona strategia riabilitativa sia in grado di riportare la sua attivazione a poche aree e conservare tutte le altre. Altrimenti, a forza di attivare tutto il cervello, alla fine si esauriscono le sue capacità adattative e funzionali».

 

Lei è specializzata soprattutto nello studio delle malattie della sostanza bianca. Come descriverebbe la sostanza bianca, la sostanza grigia e l’impatto che la SM ha sulle due sostanze?
«Se immaginiamo il cervello come una mappa geografica, la sostanza grigia potrebbe essere descritta come le diverse città capoluogo di provincia. E la sostanza bianca sarebbe rappresentata dalle vie di comunicazione che collegano le città. La sostanza grigia sono quelle zone del cervello a cui arrivano gli impulsi, che comunicano tra di loro e governano ciò che facciamo. La sostanza bianca consiste in una serie di connessioni che trasmettono gli impulsi da una zona all’altra del cervello».

 

E la SM sarebbe come un terremoto che colpisce tanto le città quanto le autostrade?
«Secondo gli ultimi studi in risonanza magnetica, la sostanza grigia è la principale responsabile della progressione ed è quella che è più difficile misurare. C’è stato negli ultimi dieci anni il grande cambiamento del paradigma della SM: la sclerosi multipla non è una patologia demielinizzante infiammatoria della sostanza bianca. Ora è chiaro che c’è demielinizzazione anche nella sostanza grigia, sia quella del cervello che del midollo spinale».

 

Tra gli studi che ha pubblicato, quali ritiene possano essere pietre miliari per la ricerca nella SM?
«
Ne citerei tre. Il primo è un lavoro svolto proprio mentre ero in maternità. Con la risonanza magnetica funzionale ho cercato di valutare come variano i meccanismi di riorganizzazione corticale nelle diverse fasi di malattia. In quello studio, pubblicato su Neurology del 2005[1], ho dimostrato che c’è un ruolo diverso dei meccanismi di riorganizzazione corticale a seconda delle diverse fasi di malattia. Se nelle fasi iniziali i pazienti attivano solo le aree di corteccia cerebrale necessarie, quando invece la malattia avanza, progressivamente si continuano ad accendere aree diverse. E le aree giuste che si dovrebbero accendere si vanno a spegnere, si esauriscono. Per questo a poco a poco la persona non riesce più a recuperare».

 

Parlava di un secondo studio. Quale?
«Pubblicato su Neurology nel 2010[2], è uno dei nostri lavori più citati: è stato il primo studio sui network a riposo nella SM. Ci siamo focalizzati su un network fondamentale, che si chiama Default Mode Network. È il network che va a governare la corretta accensione e spegnimento dei vari network quando facciamo qualcosa. Se siamo a riposo funziona solo questo network, se apriamo gli occhi si spegne e attiva gli altri network visivi, se iniziamo a muovere la mano si attiva il network motorio e così via. Noi siamo riusciti a studiare questo network fondamentale in un gruppo di pazienti molto compromessi, che non erano in grado di effettuare nessun tipo di movimento. E anche in loro abbiamo visto l’attivazione del Default Mode Network, dimostrando che queste persone hanno una disfunzione di tutta la porzione anteriore del network. Questa disfunzione spiega sia la compromissione clinica globale misurata dalla scala di disabilità EDSS, sia la presenza di deficit cognitivi».

 

E la terza ricerca del suo personale podio?
«In questo lavoro pubblicato nel 2012 sempre su Neurology, siamo andati a vedere come i vari network cerebrali si parlano tra di loro. Nel suo genere è l’unico studio pubblicato sulla SM in questo momento. Ha dimostrato che c’è una diffusa alterazione di comunicazione tra i vari network cerebrali in un gruppo molto ampio di pazienti con SM».[3]

 

Cosa significa?
«Abbiamo evidenziato e misurato un ulteriore meccanismo mal adattativo prodotto dalla malattia, che contribuisce allo sviluppo di deficit clinici o del livello di disabilità».

 

A cosa serve la conoscenza nuova di tutti questi meccanismi per la vita delle persone?
«Sicuramente possono contribuire allo sviluppo di trattamenti e terapie mirate sui bisogni delle diverse persone. Per esempio, anche se non è semplicissimo, man mano che le conoscenze progrediscono siamo in grado di impostare trattamenti riabilitativi che consentono di recuperare singoli deficit attivando specifiche aree del cervello e permettendo così di mantenere i risultati acquisiti per un tempo decisamente più lungo rispetto ai trattamenti classici».

 

I lavori che state effettuando possono aiutare la ricerca di trattamenti anche farmacologici specifici per le forme progressive di SM?
«Le forme progressive non sono tutte uguali: le primariamente progressive sono del tutto diverse dalle secondarie progressive. Nel caso delle primarie progressive posso affermare che entrano in gioco soprattutto due fattori rilevabili con risonanza magnetica funzionale. Il primo è la plasticità corticale, che io stessa ho evidenziato con uno dei primi finanziamenti che FISM mi ha erogato, nel 2003[4] sull’«applicazione in-vivo delle moderne tecniche di RM per chiarire la fisiopatologia della sclerosi multipla primaria progressiva». L’altro aspetto importante da misurare nelle forme primariamente progressive è il danno del midollo spinale. Fino a qualche anno fa era difficile riuscirci. Noi di recente, insieme a un gruppo inglese, abbiamo messo a punto una tecnica nuova che consente finalmente di misurare in pochi secondi l’area che ci interessa».

 

Cosa significa per lei ricevere il riconoscimento del Premio Rita Levi-Montalcini proprio quest’anno?
«Mi sarebbe piaciuto ricevere il riconoscimento da parte della professoressa Montalcini. C’è un piccolo senso di rammarico nell’averlo ottenuto proprio ora che lei non c’è più. È comunque un riconoscimento importante. Io e il mio gruppo ne abbiamo ricevuto una forte carica. Abbiamo avuto la conferma che la ricerca di cui ci occupiamo è valida ed è riconosciuta. Siamo tutti estremamente gratificati e spinti a moltiplicare impegno e creatività».

 

Quale scoperta vorrebbe contribuire a trovare nella sua attività di ricercatrice perché la vita delle persone con SM cambi?
«Cerco qualcosa che possa proporre praticamente alle persone con SM. Ho una serie di pazienti che vengono nel Centro SM del San Raffaele e vogliono essere seguiti solo da me. Si fidano ciecamente di quello che dico, mi cercano anche quando sono all’estero, partecipano a qualsiasi trial di ricerca proponga loro È bello avere questa fiducia. Ma vorrei anche riuscire a contraccambiarli. Soprattutto vorrei avere la capacità di individuare qualcosa che vada ad agire in maniera più diretta per le persone che entrano nelle fasi avanzate di malattia. Nei prossimi anni voglio investire tantissimo soprattutto sull’efficacia dei diversi aspetti di riabilitazione. E penso che, insieme ai molti colleghi impegnati su questo fronte, riusciremo a ottenere miglioramenti significativi.

 

Giuseppe Gazzola


 

Note 

[1] Rocca MA, Colombo B, Falini A, Ghezzi A, Martinelli V, Scotti G, Comi G, Filippi M. “Cortical adaptation in patients with MS: a cross-sectional functional MRI study of disease phenotypes”. Lancet Neurol 2005; 4: 618-626.

[2] M.A. Rocca, P. Valsasina, M. Absinta, G. Riccitelli, M.E. Rodegher, P. Misci, P. Rossi, A. Falini, G. Comi and M. Filippi -.Default-mode network dysfunction and cognitive impairment in progressive, Neurology 2010;74;1252-1259.; studio co-finanziato da FISM; vedi su [https://www.aism.it/index.aspx?codpage=news_2010_04_FISM_neurology].

[3] Rocca MA, Valsasina P, Martinelli V, Misci P, Falini A, Comi G, Filippi M Large-scale neuronal network dysfunction in relapsing-remitting multiple sclerosis.. Neurology. 2012 Oct 2;79(14):1449-57. doi: 10.1212/WNL.0b013e31826d5f10. Epub 2012 Sep 5.

[4] Lo studio finanziato dal Bando FISM si intitolava: « Applicazione in-vivo delle moderne tecniche di RM per chiarire la fisiopatologia della sclerosi multipla primaria progressiva ».

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